Ieri Job Day alla Luiss, una giornata dedicata all’incontro tra studenti, laureati e imprese. Una mezza specie di ufficio di collocamento all’aria aperta, solo con molta più facciata e molto meno collocamento.

Funziona così: intorno al 25 maggio comincia ad esserci un viavai di operai, tubi, palchetti, plastica, tendine, scale, chiodi, etc; gli uomini della sicurezza ti impediscono di parcheggiare i motorini dentro l’università, e allora capisci che è arrivato il momento di montar su gli stand dove poi si piazzeranno i rappresentanti delle imprese che parteciperanno all’evento, are che passerai in rigorosa processione per immolare i tuoi sacrifici di studio e ingraziarti i favori del dio Lavoro.

Chissà forse il momento più bello non è nemmeno la mattinata del 30, ma le giornate di allestimento che lo precedono, quando man mano che gli stand sono in piedi tu leggi i nomi di imprese così famose e di successo che incutono quasi timore. Non è curioso darsi appuntamento davanti a Merryl Linch, sì quella che sta di fronte a Enel, vicino a Generali, oppure chiacchierare sotto Toyota, spostarsi da KPMG a Fox che sta all’ombra, aggirare Undesa, passare davanti a P&G e Vodafone, oppure fumarsi una sigaretta proprio sotto Philip Morris?

Tra l’altro nei giorni scorsi mi sono divertita a vedere con quali aspettative alcuni dei miei compagni di specialistica, in particolare quelli che non avendo fatto la triennale alla Luiss non hanno mai partecipato al Job Day, si preparavano per l’evento. Ansia da curriculum, preparazione psicologica, qualcuno addirittura in giacca e cravatta.

Hai voglia a dirgli che il Job Day è come una festa di paese: tanti colori e tanto chiasso, solo che i giovani che dovrebbero essere l’offerta e le imprese la domanda finiscono per invertirsi le parti, cosicché l’unico vero oggetto di scambio è il gadget con il marchio prestigioso e gli studenti fanno incetta di tutto, per buona pace di questi grandi gruppi che la sanno lunga sul marketing.

Ma del resto va così, è come se ci fosse una progressione: finchè si è alla triennale si viene al Job Day per accaparrarsi i gadget, quando si è all’ultimo anno di specialistica si va per capire che aria tira, e quando si è laureati… beh idem, ma già in giacca e cravatta per far vedere che oramai si è professional (e magari si stanno facendo solo le fotocopie dentro una società di revisione).

Ad ogni modo ieri mattina, come ogni anno, ci avventuriamo tra il caldo e il casino per il rituale giro con in mano una ventina di curricula un po’ gonfiati da smistare qua e là. Con nostro rammarico subiamo tuttavia l’insensata nenia per cui in qualunque stand andiamo non sentiamo altro che ripeterci “se siete interessati andate sul nostro sito, vedete lì quali posizioni abbiamo aperte, fate l’application online, inserite il vostro curriculum e poi noi dopo un primo screening vi chiameremo per la selezione”.

Al che tra di noi la domanda è sorta spontanea: ma che cavolo ci siete venuti a fare qui, con tutto lo spreco di lavoro e denaro fatto per montare gli stand, se bastava incontrarsi online?

PS: alla fine l’unica cosa per cui è valsa la pena di girarsi quella fiera delle vanità è stato godersi una scenetta con zio Luca davanti allo stand Mercedes: io e un mio amico lo provochiamo scherzosamente facendogli notare che era “la concorrenza!”, e lui guardando il marchio rivale ci ha risposto: “ma questi ancora stanno in piedi?!?”, e poi facendoci l’occhiolino e se ne va via.

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