C’è sempre, è inutile negarlo, una certa emozione per me la domenica delle elezioni. Per una quintalata di giorni i giornali, le radio, le televisioni mi hanno fatto sentire un numero, anzi una percentuale: nei sondaggi politici sono una capocchietta di quella massa indistinta che farà l’X% degli affluenti, l’Y% dei bianchi o lo Z% dei neri, l’M% delle schede bianche o -ma questo a insaputa di chi vota- l’N% delle schede nulle.

Ma questa è pur sempre una bella domenica di voto. Ora che ho salito i gradini della scuola per andare a votare – ogni volta un tuffo di ricordi perchè è la scuola dove ho fatto le elementari – penso che sì, la democrazia è bistrattata, ma non c’è migliore espressione di civiltà che quella di dare alle persone l’opportunità di scegliere. Quando mi hanno consegnato le schede in mano e mi sono avviata “per metterci una croce sopra” mi sono sentita potente, come se fossi scesa in guerra. Anche io con quell’arma appuntita (la matita) ho dato il mio contributo alla battaglia, ed ora soddisfatta mi godo il riposo del guerriero.

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